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Retail sostenibile: in che modo Gen Z spinge per avere prodotti sostenibili

Risulta complicato sostenere che rendere il pianeta un posto più pulito non sia nell’interesse di tutti. Ma la questione sul retail sostenibile si scontra con il costo di implementazione di modelli in grado di rendere i prodotti più sostenibili. Ciò rimane anche oggi un un problema cruciale.

Già nell’ormai lontano 2005 alcuni retailer si erano posti l’ambizioso obbiettivo di rendere i loro prodotti meno inquinanti e adesso dopo 15 anni il proposito è rimasto invariato.

Il vera sfida risultava a quel tempo produrre merci con un impatto ambientale sostenibile senza aumentarne troppo il prezzo. I consumatori non erano infatti disposti a pagare di più per un prodotto sostenibile. I prodotti con basso impatto ambientale non facevano altro che diventare prodotti di lusso non in grado di penetrare il mercato consumer a causa del loro prezzo elevato.

15 anni dopo. Cos’è oggi il retail sostenibile?

Ma sono ormai passati 15 anni da quando il trend del retail sostenibile è nato.

Le nuove generazioni sono cresciute con una maggiore sensibilità verso  l’ambiente. Essi non solo sono maggiormente attratti da prodotti e marchi sostenibili, ma dichiarano apertamente che sono disposti a pagare di più per prodotti attenti all’ambiente.

Già nel 2015, un rapporto Nielsen ha rilevato che il 73 percento dei Millennials era disposto a pagare di più per beni sostenibili. Un ulteriore rapporto osserva che il 62% della generazione Z, che inizierà a entrare nel mondo del lavoro in questi anni, preferisce acquistare da marchi sostenibili.

Inoltre, la maggior parte della Generazione Z (54 percento) afferma di essere disposta a spendere un 10% in più per un prodotto sostenibile, con il 50 percento dei Millennial che afferma la medesima cosa. Le altre generazioni precedenti si attestano su un 34% per la generazione X e un 23% per i baby boomer. Sembra che ad ogni generazione si rafforzi la ricerca della sostenibilità.

La ricerca del Centro universitario di New York per le imprese sostenibili (CSB) conferma questo cambiamento. CSB ha riscontrato che il 50% della crescita delle vendite tra i beni di consumo prodotti tra il 2013 e il 2018 proveniva da prodotti ad alto livello di sostenibilità, nonostante il fatto che tali beni rappresentassero poco meno del 17% del mercato.

In quasi tutte le categorie di beni di consumo la sostenibilità sembra trainare la crescita.

Tuttavia, con così tante vie che portano verso la sostenibilità, che vanno dai materiali provenienti da fonti sostenibili alle iniziative di riciclaggio e riutilizzo nel settore manifatturiero e altro ancora, molti retailer si sono rivolti al “recommerce”, cioè alla ricommercializzazione di prodotti usati che possano allinearsi più rapidamente con l’interesse del consumatore nel ridurre gli sprechi riducendo anche i costi di riempimento dei negozi con nuovi articoli.

Questa strategia può avere un vero e proprio boom a breve termine, in particolare con le generazioni più giovani.

Riciclo

La maggior parte delle giovani generazioni (59 percento della generazione Z e 57 percento dei millennial) acquista prodotti riciclati. I prodotti riciclati sono realizzati utilizzando oggetti o materiali di scarto per creare un prodotto di qualità superiore o con valore percepito superiore rispetto all’originale.

Ci sono molte startup che abbracciano questo modello, i rivenditori tradizionali come Eileen Fisher chiedono ai clienti di riportare oggetti che non vengono più utilizzati, rivendendo abiti puliti con il loro marchio, mentre i pezzi leggermente danneggiati vengono riciclati in nuovi prodotti. Anche il brand sportivo Patagonia è stata attiva nell’upcycling con il suo marchio Recrafted.

Rivendita e spedizione

I modelli di rivendita / spedizione stanno guadagnando slancio con i Millennial (48 percento), la Generazione Z (46 percento) e persino tra la Generazione X (46 percento). Ciò include modelli come quelli adottati da The RealReal, ThredUp, Poshmark e Tradesy, ma non sono solo online.

ThreadUp, ad esempio, sta ora portando abiti usati nei grandi magazzini e centri commerciali attraverso partnership con Macy’s, JCPenney e Madewell. Vale la pena notare che i baby boomer (39 percento) e la Silent Generation (22 percento) li usano meno di altre generazioni, ma sono ancora più popolari di altri modelli raccomandati di targeting per questo gruppo.

Mercati peer-to-peer

Ad oggi, in termini di commercio digitale, gli scambi di abbigliamento e i mercati peer-to-peer sono finora i modelli meno popolari tra le generazioni più giovani. Solo il 24 percento dei Millennial e il 29 percento della Generazione Z sono oggi impegnati in questo mercato.

Tuttavia, il modello mostra potenziale. Instagram lo scorso anno è entrato in questo settore abilitando le transazioni p2p. Ma il CEO della startup Storr, un marketplace che consente alle persone di creare il proprio punto vendita, sta scommettendo sul fatto che le raccomandazioni date dagli amici abbiano maggiore influenza rispetto a marchi e influencer.

La società ha osservato in questa recente intervista che “il 92% di tutte le raccomandazioni sui prodotti proveniva da amici e familiari dei consumatori. Una statistica mostra che il 21% degli acquirenti statunitensi ha effettuato un acquisto a seguito di una raccomandazione di un proprio conoscente e solo il 14% a causa di una raccomandazione data da una celebrità.

Con la Generazione Z in procinto di diventare la più grande generazione di consumatori, i rivenditori e i marchi devono iniziare subito a investire in prodotti sostenibili se vogliono tenere il passo con le aspettative ambientali di questi consumatori.

Tuttavia, i rivenditori e i marchi devono assicurarsi di scegliere le strade giuste in linea con le esigenze e le aspettative dei loro consumatori al fine di massimizzare il loro investimento. Solo in questo modo il retail sostenibile potrà veramente prendere piede su larga scala.

 

Articolo tratto da: https://www.forbes.com

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